Giacomo Carnesecchi: segno e racconto

Una pittura etica ed estetica

 

Entro nello studio di Giacomo Carnesecchi e, come sempre, vengo accolta dal suo grande comunicativo sorriso che, per un attimo, mi distrae dal far scorrere lo sguardo sulle pareti. So che ci sono lavori nuovi e che io sono lì per fotografarli; ma prima i saluti.

” In quest’ultimo periodo ho lavorato a tele molto grandi” mi dice Giacomo, e infatti questa volta le geometrie dei fondi delle sue opere definiscono campiture alte fino a 190 cm.
I colori che ha trovato per questi ultimi “racconti grafici” sono sorprendenti e poetici, ancora una volta indefinibili, ancora una volta una dura prova per la mia macchina fotografica.

Il critico Siliano Simoncini dice che la narrazione di Carnesecchi è un racconto fatto di pittogrammi e gestualità irrefrenabili che danno vita ad un risultato che è una contaminazione tra razionale e irrazionale, tra rigore controllato e visceralismo “scenico”. La poetica post moderna a cui arriva lo inserisce in quel percorso graffitista che è uscito dai muri delle città e che è ormai consacrato dai musei, dalle gallerie, dal mercato dell’arte.

Giacomo dipinge per necessità interiore, ascoltando jazz, nel suo piccolo studio nella campagna
toscana.

La sua umiltà, la sua curiosità e la sua intelligenza, gli fanno sempre ascoltare con sorpresa e stupore l’interpretazione che gli altri danno dei suoi quadri; talvolta ti guida dandoti spunti di lettura che però non sono mai condizionanti; talvolta ti dice che Silvia, sua moglie, c’ha visto qualcosa che nemmeno lui aveva notato.

Il pastello nero a olio corre sui muri degli sfondi e si sfalda, lasciando grumi di materia che creano chiaroscuri e ombre plastiche. Posizioniamo cavalletti e luci in modo nuovo, cercando una luminosità più diffusa, sperando che non inciampi troppo su quelle masse di colore lasciato sulla tela.

Giacomo sposta i pannelli grandi da una parte all’altra della stanza e, mentre fotografo, ascolto i suoi progetti per il futuro.

slide backstage
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